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Risposta di Roberto Castello
Update! Postiamo qui di seguito la risposta definitiva e ufficiale di Castello, inviata ieri (18/12/09). Chi avesse letto la risposta precedente (da noi inserita per mantenere "vivo" il dibattito e pervenutaci da Castello il 9/12) può leggere anche quella che incolliamo qui di seguito. Ci scusiamo con Castello e con voi per l'inconveniente tecnico.
Carissime Peripezie, la vostra lettera contiene una legittima richiesta di chiarimento. Provo a rispondervi
Mi sono stati proposti un budget e un tempo e mi è stato chiesto di provare a fare sì che la decima edizione di Short Format lasciasse una traccia. Siccome credo davvero che la danza contemporanea sia una cosa buona e giusta, mi sono chiesto in che modo Short Formats potesse giovarle. Convinto che la fragilità della danza contemporanea italiana derivi in larga misura dalla debolezza del suo rapporto col pubblico, riflettendo, mi sono accorto che mai, almeno a mia memoria, era stata tentata una panoramica un po' sistematica, qualcosa che la rappresenti per quello che innanzitutto è: un movimento di pensiero. Vedere una cosa senza gli elementi per rapportarla al suo contesto non aiuta ad apprezzarla. Per questo mi è sembrato giusto dedicare questa edizione di un festival internazionale alla danza contemporanea italiana, accostando vecchi e giovani, veneti e napoletani. La scommessa era dimostrare che si può richiamare pubblico rappresentando un fenomeno collettivo vivace, anche in assenza di compagnie esotiche, star o fenomeni di tendenza. E' stato gratificante quindi constatare che il pubblico, anche per le compagnie meno conosciute, quest'anno è stato più numeroso che in altre edizioni ed ha continuato a crescere fino all'ultimo giorno, il che smentisce la leggenda dell'incapacità delle compagnie italiane di attrarre spettatori. I limiti oggettivi dell'operazione sono quelli giustamente evidenziati nella vostra lettera.
Ho guardato tutto il materiale che è stato inviato a Short Formats e a me (non poco). Sapevo che era lungi dall'essere tutto ciò che c'è in giro ora ma, pur con tutti i limiti, mi è parso sufficiente per una panoramica in 16 tappe di ciò che a me pare si muova in Italia in questi tempi. Il cartellone è stato poi il risultato di una serie di criteri di selezione che hanno portato all'esclusione di molte compagnie.
Ho cercato infatti di limitare l'indagine all'area più 'danzante', escludendo le forme più ballettistiche da un lato e quelle più ibride e concettuali dall'altro, non perché non le apprezzi, ma solo per limitare il campo di indagine. Non è stato inoltre invitato chi ha partecipato alle ultime edizioni di Short Format, chi è stato programmato recentemente o sarà presto programmato in città (a parte Deja Donné che mi è sfuggito, e me ne scuso) e chi risiede nell'area milanese, in quanto già programmato in città o in programma nel prossimo futuro. Per tutti questi ho rimandato esplicitamente alle programmazioni che li ospitano, cosa ribadita a più riprese in conferenza stampa. Ci sono stati inoltre alcuni che avevano impegni già fissati da tempo.
L'intento dunque non era quello di fare la top 16 della danza contemporanea, bensì quello di mettere assieme un ventaglio di realtà in qualche modo rappresentative dei diversi modi in cui i coreografi italiani affrontano il loro lavoro oggi. A Roma si producono lavori diversi da quelli che si producono a Milano, a Torino o in Toscana.
In questo quadro il sottotitolo mirava solo a portare con immediatezza l'attenzione del pubblico sul tema della rassegna. So che con gli stessi presupposti si sarebbe forse potuto fare un altro festival con compagnie differenti ma, siccome l'obiettivo era quello di portare l'attenzione sul fenomeno nel suo complesso, mi è sembrato giusto provarci comunque.
A posteriori, pur con tutti i suoi limiti, mi sembra che questa edizione di Short Format abbia almeno dimostrato che, anche con compagnie italiane di danza contemporanea, si può fare un festival. Chissà se questo potrà in qualche modo influenzare le scelte future dei programmatori.
Un saluto affettuoso
Roberto Castello
Lettera aperta a Roberto Castello
Buongiorno Roberto,
siamo Perypezye Urbane, una compagnia di danza contemporanea di Milano.
Ti scriviamo per condividere con te qualche nostra riflessione sull’edizione di Short Formats da te curata. Facciamo parte del c-dap, il coordinamento lombardo per le arti performative, il quale, tuttavia, ha preferito non appoggiare in via ufficiale queste nostre riflessioni.
Ci sembra che mai come in questo momento sia il caso di riflettere insieme a te che, oltre che al direttore artistico di questa edizione di Short Formats, sei anche uno dei riferimenti per il Tavolo Nazionale, e quindi forse la persona giusta con cui discutere.
Entrando nel merito, abbiamo appreso con piacere il fatto che un membro del movimento dei coordinamenti fosse chiamato a dirigere un festival di Milano organizzato proprio dall’ente di promozione della danza sul territorio lombardo (quindi, in un certo senso, un ente di emanazione ministeriale). Tuttavia, quando abbiamo letto le tue indicazioni di “curatela” del festival, ci sono venuti dei dubbi sulla bontà dell’operazione da te messa in piedi.
Leggendo direttamente dalla newsletter del Crt il titolo che accompagna la rassegna, ovvero 'Al Teatro dell'Arte una panoramica delle correnti e degli stili che attraversano la coreografia italiana contemporanea' e leggendo la tua nota critica in cui ti prefiggi di "disegnare una geografia complessiva… della coreografia contemporanea", d'impatto si e' creata nella nostra testa il dubbio riguardo il significato di quel titolo, ancor prima di leggere gli artisti coinvolti che certo, non per colpa loro, sono stati investiti della responsabilità di rappresentare la totalità della danza contemporanea italiana. Quindi non entreremo nel merito degli artisti da te scelti. E’ per noi chiaro (anche perché noi stessi organizziamo un festival) che la libertà di un direttore artistico di scegliere chi vuole è sacrosanta. Però per colpa di quella frase è inevitabile chiedersi se quegli artisti siano davvero rappresentativi del contemporaneo italiano! Alcuni certamente penseranno che sia proprio cosi e cioè che al Crt ci sarà realmente una panoramica della danza italiana. Ma altri altrettanto certamente (e legittimamente) penseranno il contrario.
Il tuo intento è molto chiaro ma è, a nostro avviso, preoccupante. Preoccupante soprattutto perché, da quando sono nati i coordinamenti, e da quando una nuova coscienza politica sembra aver fatto capolino tra le giovani generazioni di performer e danzatori, ci sembra veramente complesso e diremmo quasi scorretto tentare di definire il contemporaneo italiano attraverso un festival di 16 spettacoli.
La nostra preoccupazione, vorremmo fosse chiaro, è soltanto dal punto di vista della comunicazione. Un festival che si propone l’intento di rubricare la danza italiana ci sembra molto pericoloso, pericoloso per gli inevitabili fenomeni di esclusione che questa operazione comporta. Ci chiediamo questa cosa (e purtroppo la rassegna stampa di oggi ci conferma nel nostro dubbio): immaginiamo il pubblico che verrà a teatro sapendo, perché così dice il titolo, di assistere alla fotografia (panoramica!) della danza contemporanea italiana. Quale responsabilità ti assumi! Segnare il discrimine tra 'danza che e' nella panoramica' e 'danza che non e' nella panoramica'. E chi non c'e'? Per il pubblico di Milano costoro non esistono, o non sono degni di fare 'panoramica'. Finché si tratta della “tua” panoramica, tutto bene, ma purtroppo il messaggio che passa è che questa è LA panoramica.
Noi crediamo, ribadendo che il focus delle nostre perplessità è la “comunicazione”, che da quando esistono il tavolo nazionale e i coordinamenti regionali, non possiamo più usare certi termini o certe definizioni perché sappiamo che la realtà è molto più complessa. Ti chiediamo quindi: è corretto – politicamente – che una persona, chiamata a dirigere un festival, tenti operazioni di definizione della danza contemporanea?
Perypezye Urbane
Video e tecnologie a Milano
Courtesy of Aprile on line.
Dalla videoarte a youtube, passando dalla strabiliante offerta del digitale terrestre, sembra che non si parli altro che di video. A Milano più che altrove. Per i patiti del mezzo, Milano offre in questo periodo grandi opportunità di formazione, informazione, e fruizione. La capitale della moda e del design, di quella cultura materiale che da sola produce quasi il 5% di pil, strizza l’occhio all’immaterialità del video, ma sempre con grande concretezza. Il convegno Videomuseum, ad esempio. Organizzato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali della Lombardia, emanazione del Ministero per i Beni Culturali, la due-giorni di Videomuseum vuole riflettere sulla conservazione delle opere video. Sembra un problema banale, ma non lo è poi così tanto. Pensiamo ai primi video degli anni ’60. Come sono stati girati? Con che tecnologia? E se la pellicola deperisce, che tipo di intervento è possibile effettuare? E se, ancora, il proiettore voluto dall’artista e facente ormai parte dell’opera si guasta? Magari la ditta che l’ha prodotto è pure fallita, e non sono più disponibili pezzi di ricambio. Che fare? L’obsolescenza degli hardware e dei supporti, nella video arte, è un grande problema. Sembrano tecnicismi, ma pensiamo, banalmente, ai nostri pc. Quanto velocemente evolve la tecnologia e quanti “scarti” digitali ci lasciamo dietro ogni volta che effettuiamo un upgrade, frammenti di software che vengono abbandonati nella memoria del cyber spazio e mai più recuperati?
Di questo ed altro hanno discusso brillanti curatori, ricercatori e operatori professionisti, tra cui, preme menzionare, Elena Volpato, curatrice della GAM di Torino, prima istituzione pubblica a volere, nel ’99 una collezione di video arte. La Volpato si è trovata, prima in Italia in un museo pubblico, a dover affrontare problemi tipici della fruizione del video: quanti video posso mettere in una mostra per permettere al visitatore di visitarla in un tempo ragionevole e non farlo rimanere a Torino una settimana? come affrontare il problema dell’audio e delle interferenze tra un video e l’altro? E il catalogo? Come si fa a mettere un video in un catalogo? Quali frame scegliere come rappresentativi dell’opera? Altra menzione speciale del convegno ad Andrea Bruciati, direttore della Galleria Comunale di Monfalcone, museo di frontiera che presta grande attenzione al tema del video. Bruciati si è proposto, negli anni, di creare diversi format per diffondere la cultura della video arte, nel suo collocarsi in un ambito ibrido, con riferimenti culturali alla televisione, al cinema e all’arte. Come poter avvicinare il pubblico alla video arte? Sono necessarie precise strategie culturali, geografiche e politiche, che Bruciati ha trasformato in format culturali: Videoreport, una mostra itinerante con 90 curatori e 90 video, Prima visione, una serie di esposizioni ideate attorno alle influenze di grandi registi su giovani video artisti, Past Forward, ovvero come i grandi temi dei video artisti degli anni ’60 sono stati tradot.
Un altro evento degno di nota è More than zero, un festival sulle culture cross mediali che si struttura in diversi appuntamenti nel corso dell’anno. Sicuramente, nel suo genere, è l’appuntamento più interessante che Milano abbia da offrire. L’ultimo, appunto, il 26 novembre: More than… creativity. Pretesto della giornata un contest per giovani aspiranti citizen journalist: iReporter. Dopo un breve briefing pubblico sui do’s e i dont’s del bravo giornalista, una decina di ragazze e ragazzi sono stati sguinzagliati per la città, telecamera alla mano, alla ricerca di storie da raccontare, storie di micro giornalismo che, dice il relatore Marco Marsili “non arriverebbero alla dignità dei mass-media, ma che sono lo stesso degne di essere raccontate”. In loro attesa, un panel di creativi ha cominciato una riflessione, durata poi tutto il giorno, sullo stato della creatività in Italia. Partendo da Stefano Rolando, autore del recentissimo Libro Bianco sulla Creatività, la parola è passata a pubblicitari, professionisti del video, web designer, giornalisti, chiamati ad arricchire il dibattito in corso su come la grande popolazione dei creativi sta reagendo alla crisi in corso. Una reazione che non poteva essere che creativa, appunto, come hanno testimoniato Alessandro Cappellotto di Zooppa e Danilo Marinaccio, web designer freelance che ha messo all’asta la propria creatività su ebay. Nel pomeriggio un altro interessante appuntamento: giovani, pubblicitari, visual designer hanno presentato i loro migliori progetti a responsabili editoriali, content provider, agenzie di comunicazione, centri di produzione audiovisiva. Come nella riunione di una grande agenzia creativa a porte aperte, ogni progetto è stato valutato, migliorato, modificato, anche insieme al pubblico. Un vero evento 2.0, si potrebbe dire. Sembra che Milano, forse per effetto della crisi, si stia svegliando dal torpore e ricominci a produrre cultura, riflessione e giovane progettualità.
Performance in laguna
Si è da poco conclusa Performa 09, Biennale di Performance di New York, che ha presentato i lavori di più di 150 artisti da tutto il mondo. Highlights sono state le performance di Tacita Dean, William Kentridge, Joan Jonas, Keren Cytter. La performance abolisce il confine tra teatro, danza, visual arts, new media arts, musica, architettura, video, design, moda, cucina, e chi più ne ha più ne metta. Ed è – forse – per questo che l'altra Biennale, quella di Venezia, ha deciso di mettersi al passo. Nel maggio del 2010, infatti, la Biennale di Arte Contemporanea inaugurerà la prima edizione del Festival Internazionale della Performance. Evviva! Non poteva che essere un settore come quello dell'arte contemporanea a far nascere sotto la sua ala qualcosa di nuovo (il settore della danza, quello forse più vicino alle "forme" della performance art, è infatti nelle grinfie di Ivo, il tedesco-brasiliano che ha deciso di invecchiare e morire al teatro Arsenale). A dicembre, udite udite, sul sito della Biennale verrà pubblicato un bando per giovani performer. Verranno selezionati 12 progetti. Stay tuned!
Il muro, the wall, die mauer!
Courtesy of Aprileonline.
Die Mauer. The wall. Le mur.
In un video del videomaker Lutz Gregor una visione dal passato di quello che, di lì a poco, sarebbe capitato alla città del Muro. A Milano, Perypezye Urbane contagia l’Informagiovani di via Dogana e il Cinema Gnomo, dove questo straordinario documento sarà visibile lunedì 9 e martedì 10, dalle 10.00 alle 18.00.
Nel 1985, due giovani registi e videomaker tedeschi, Lutz Gregor e Gerhard Schumm, girarono un film che si rivelò profetico. Un wishfu
l thinking, verrebbe da dire, una profezia che si autoadempie, una pia illusione. Dopo solo quattro anni dalla realizzazione di questo breve e divertente film, il Muro si sgretolò e immagini di folle che lo scavalcavano e lo prendevano a picconate invasero le televisioni di tutto il mondo. Il mondo trattenne il respiro. Voi dove eravate? Io mi trovavo a Milano, stavo entrando nella mia adolescenza, e vedevo queste cose con uno sguardo curioso, erano cose da adulti, la politica, la Guerra Fredda, che mai veramente avevo capito. Qualche anno dopo sono stato a Berlino, un anno di Erasmus in Germania, erano i tardi anni ’90, e la prima sera fui invitato a un party in una casa di Prenz’l Berg, quartiere ora molto trendy della ex Berlino Est: la festa era in un appartamento al piano terra, dove il passaggio da una stanza all’altra era consentito grazie a buchi nel muro, dovevi abbassare la testa e inevitabilmente i pantaloni ti si sporcavano di calce. Non c’era elettricità, ma candele ovunque. Una scena molto gotica. A qualche chilometro di distanza Potsdamer Platz era un cantiere aperto, con operai che lavoravano 24 ore su 24 e le gru a popolare quello che per anni divenne il vero skyline della città. Ora l’unità delle due Berlino è cosa fatta e finita, a Berlino non ci sono più berlinesi, e i quartieri più malandati hanno subito una gentrificazione selvaggia.
Come ricordo di una Berlino che fu, e che stava per non essere più, ci soccorre questo bel lavoro in video di Gregor e Schumm. Una presa in giro, a dir poco. Persone che vanno e che vengono, che attraversano il confine liberamente, sorridendo, con naturalezza. Bambini che giocano con la sbarra del confine, lo Schlagbaum, persone che passeggiano nell’area di confine. Questo era assolutamente impossibile. A un certo punto questo muro di cartongesso viene giù, le torrette smantellate, sotto lo sguardo “a pesce” della polizei. La tipica cornice tonda che lo sovrasta viene sfilata dal muro come se niente fosse. “Tutti a casa!” sembano voler dire gli operai che, con la massima nonchalance, caricano il muro sui loro furgoncini e prendono a martellate i tetti della torretta di controllo.
Ma è tutto uno scherzo, ripeto, perchè il Muro, dietro ai compensati che vengono giù, si vede ancora, e la “palla” della Fernsehturm, enorme simbolo fallico del potere socialista, svetta ancora dietro ai tre metri e sessanta del Muro. Un documentario utopico, sul potere della visione e del suo destino. Un documentario girato da uno di quei videomaker che, anni dopo, riconosciamo come un grande regista sperimentale della Germania unita, Lutz Gregor. Gregor, infatti, comincia dal 1983 a interessarsi al mondo del documentario sperimentale e pian piano si specializza in quell’area dell
a videoarte che si interessa della connessione tra film e danza. I suoi film includono Kontakt Triptychon, del 1992, vincitore del Grand Prix Vidéo Dance di Parigi, Königskinder, del 2001, un magnifico lungometraggio di videodanza, vincitore del Festival International du Film Indépendant di Bruxelles, i Frankfurt Dance Cuts, del 2005, girati con 4 danzatori della compagnia di danza di William Forsythe. Ha collaborato con personaggi del mondo della danza del calibro di Rui Horta, Frederik Flamand, Mark Tompkins, Juan Kruz Diaz de Garaio Esnaola (danzatore feticcio di Sasha Waltz). Attualmente è un docente associato del programma D.A.N.C.E., la cui direzione artistica è affidata a Flamand, Mc Gregor, Preljocaj e Forsythe. Ma ovviamente Gregor non riesce a stare lontano dalla telecamera e continua a girare i suoi bellissimi film.
Oltre a questa interessante iniziativa di Perypezye Urbane, Milano dedica a Berlino una mostra a cielo aperto, nelle vie del centro, dal titolo “Plaza: oltre il limite 1989-2009”. Inoltre lunedì 9 Novembre alle 12, nel cortile interno del Palazzo Reale, una performance di arte contemporanea a cui prenderà parte, udite udite, anche il ministro della gioventù Giorgia Meloni: l’artista Dario Milana realizzerà un muro alto più di cinque metri che verrà fatto cadere alla presenza di tanti ospiti. Allo spazio Oberdan, dal 5 al 10 novembre, proiezione speciale di pellicole tedesche, tra cui il primo episodio di Heimat 3, kolossal con la firma di Edgar Reitz. Ancora all’Oberdan, nel foyer, martedì 10 inaugurerà una mostra fotografica di Lorenzo Capellini, “Al di là del muro”.
Naturalmente tutto questo per chi rimane a Milano. Per chi invece intende festeggiare da berlinese doc, basta dare un’occhiata a www.mauerfall09.de, un sito che raccoglie le oltre 80 iniziative organizzate dalla città più vivace d’Europa per ricordare se stessa e il giorno in cui la Germania divenne il “paese più felice del mondo”.
Una chicca: su www.twitter.com/fallofthewall si possono condividere i propri pensieri sulla caduta del muro e indicare quali sono i muri che ancora devono cadere.
Be Pedestrian!
Gd’A Lombardia
E grazie a un grande sforzo organizzativo di Artedanzae20, unito a un probabilmente ingente finanziamento di Fondazione Cariplo, il progetto della Giovane Danza d'Autore approda in Lombardia. 5 coreografi under35 verranno selezionati da un comitato secondo precisi criteri dettati dal gruppo originario della Giovane Danza d'Autore, le emiliane Selina Bassini e Monica Francia. Il bando uscira' a fine Luglio. Tanti gli spazi coinvolti, tra cui l'out-off. E importanti le realta' che, oltre alla Fondazione, sosterranno il progetto, tra cui l'obsolescente circuito ministeriale Lombardia Danza, unico circuito ministeriale lombardo ad essere finanziabile dallo Stato, e il CRT che, ricordiamo, e' l'ente per la promozione della danza della Lombardia. Grande lavoro diplomatico quindi di Onetti e Nuzzo. Ci auguriamo che Gd'A Lombardia contribuisca a radicare finalmente una cultura della ricerca e dell'innovazione nei giovani coreografi lombardi. Auguri!
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Martedì 21 a Piazza Montecitorio
Comunicazione dall’AGIS:
Contro il mancato reintegro del Fondo Unico per lo spettacolo con il conseguente azzeramento di qualsiasi possibilità di riforma legislativa del cinema e dello spettacolo dal vivo ed il rischio dell’ esistenza di oltre 6000 imprese di spettacolo e dell’occupazione di oltre 200 mila lavoratori esclusi , come nei precedenti, dagli interventi del decreto legge n.78 recante provvedimenti anticrisi
ci incontreremo tutti alle ore 17 di martedì 21 luglio a piazza Montecitorio
in vista dell’inizio della discussione in Aula del decreto anticrisi con la richiesta del voto di fiducia da parte del Governo.
Artisti, autori, imprenditori, lavoratori dello spettacolo chiederanno di essere ricevuti dal Presidente della Camera e dai Presidenti dei Gruppi parlamentari

