Performance in laguna

dicembre 2nd, 2009 - 

Palazzo delle Esposizioni ai Giardini della BiennaleSi è da poco conclusa Performa 09, Biennale di Performance di New York, che ha presentato i lavori di più di 150 artisti da tutto il mondo. Highlights sono state le performance di Tacita Dean, William Kentridge, Joan Jonas, Keren Cytter. La performance abolisce il confine tra teatro, danza, visual arts, new media arts, musica, architettura, video, design, moda, cucina, e chi più ne ha più ne metta. Ed è – forse – per questo che l'altra Biennale, quella di Venezia, ha deciso di mettersi al passo. Nel maggio del 2010, infatti, la Biennale di Arte Contemporanea inaugurerà la prima edizione del Festival Internazionale della Performance. Evviva! Non poteva che essere un settore come quello dell'arte contemporanea a far nascere sotto la sua ala qualcosa di nuovo (il settore della danza, quello forse più vicino alle "forme" della performance art, è infatti nelle grinfie di Ivo, il tedesco-brasiliano che ha deciso di invecchiare e morire al teatro Arsenale). A dicembre, udite udite, sul sito della Biennale verrà pubblicato un bando per giovani performer. Verranno selezionati 12 progetti. Stay tuned!

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Be Pedestrian!

novembre 1st, 2009 - 

Courtesy of Aprile on line

La forza degli Early works di Trisha Brown alla Fondazione Maramotti. 8 danze degli anni ’70 ci riportano a quando la danza era riflessione, non solo virtuosismi.
Il perché gli Early works di Trisha Brown arrivino in Italia solo oggi, 40 anni dopo la loro creazione, è un mistero. Ma meglio tardi che mai, e allora tanto di cappe
llo alla Fondazione Maramotti che, insieme a Reggio Emilia Danza e alla Fondazione iTeatri, porta fino a noi questi pezzi di storia che ormai si potevano vedere solo nella biblioteca del Lincoln Center di New York o in qualche soirèe al Centre Georges Pompidou.
Trisha Brown, direttrice artistica dell’omonima compagnia, è una delle esponenti di spicco della post-modern dance americana, che nasce come ribellione alla danza accademica, a Martha Graham, al Classico che impera, alla mancanza di riflessione critica sulla danza stessa. Una ribellione che avviene, a partire dagli anni ’60, contemporaneamente all’arte contemporanea, a quell’arte concettuale di cui Bruce Nauman (ora in Biennale, e pure vincitore del Leone d’Oro) fu una delle principali locomotive. Cos’è il linguaggio dell’arte dopo Duchamp? Cos’è il corpo? Come muoverlo? Ha senso muoverlo? Ed è così che la danza diventa scultura

, traducendo prima in parole e poi in movimenti
quei dettami della scultura minimalista che recitavano così, una volta tradotti da Yvonne Rainer in indicazioni danzerecce: eliminate il fraseggio, i climax, gli accenti; eliminate la performance e i personaggi; eliminate il campo spaziale, il movimento virtuoso e il corpo interamente esteso nello spazio. Sostituiamo tutto ciò con un’energia invariante, movimenti trovati (è il ready made della danza!), ripetizioni o eventi separati nel tempo, neutralità, attività che somiglino a “compiti”, o task, ritroviamo una dimensione umana.
Ciò che rese questo movimento unico, fu la presenza di un’intera comunità di artisti, per cui Trisha Brown non fu la sola. Insieme a lei, appunto, Yvonne Rainer, Debor
ah Hay, Steve Paxton, David Gordon, Meredith Monk, Lucinda Childs e tanti altri si radunarono attorno alla Judson Church, una chiesa sconsacrata, che divenne il simbolo della post-modern dance e che ancora oggi, il lunedì sera, (ogni lunedì sera!), propone le più recenti ricerche sul movimento e sull’arte. Insomma, per quelli del giro, vedersi gli Early Works di Trisha, è un viaggio nel tempo e nello spazio, alle fonti del bello.
Gli Early works in effetti non sono nulla di speciale. Semplici tasks, compiti, istruzioni, regole, dispositivi. Questo era, ed è, il concettuale nella danza. Portare in evidenza la struttura delle cose attraverso il movimento di tutti i giorni. Non curiamoci del loro risultato estetico: una volta che il concetto è emerso, lasciamolo lì a galleggiare, tutto il resto rimarrà inespresso, perché inutile.
Floor of the Forest è un semplice indagare sulla gravità. Due performer si issano su una
struttura dove sono state tese delle corde. Sulle corde sono stati infilati vestiti, magliette e pantaloni. I due dovranno infilarsi i pantaloni, rimanendo sospesi nell’aria, e la maglietta, abbandonandosi completamente. I vestiti ci reggono? I vestiti, nel loro vestirci, mettono a nudo il nostro peso. Ci reggiamo, sospesi, grazie ai nostri vestiti. Di cosa ci vestiamo tutti i giorni?
Le performance del gruppo “stick” (Sticks 2a, Sticks 2b, Sticks 1, Sticks 3), sono di una semplicità imbarazzante. Figure simmetriche, asimmetriche, ribaltate, creano una successione di azioni della durata di qualche minuto. Le azioni vengono scandite dalla voce dei performer i quali, una volta “arrivati”, lo annunciano agli altri, per poi poter procedere oltre. In caso di errore: “hold on”. Aspettate! Tutti fermi in attesa di risistemare la struttura dei bastoncini per poi andare avanti. Il richiamo a una società organizzata

diversamente è evidente: una società in cui la relazione e l’interdipendenza siano elementi cruciali per poter portare avanti un progetto comune.
I due lavori di accumulazione (Accumulation e Group Primary Accumulation), sicuramente più complessi, riproducono un processo cumulativo, prima in a-solo, poi in trio. Un processo ipnotico per lo sguardo e per la mente. Aggiungendo un pezzo per volta si arriva a creare un’intera architettura di movimento.
L’ultima danza, Spanish Dance, vede la partecipazione di Trisha stessa. Un trenino ancheggiante, sulla musica di Bob Dylan, arriva, vagone dopo vagone, performer dopo performer, tramite un movimento contagioso che si trasmette da corpo a corpo, arriva fino alla fondatrice della compagnia, ferma in testa al treno. Il trenino procede così, ma sulla nota finale della musica si schianta su un pilastro, ed è inevitabile per il pubblico scoppiare a ridere. Ma come, Trisha, fai deragliare il tuo stesso treno? O è l’ennesimo gesto di rottura con una tradizione che per troppo tempo ha ingabbiato la danza in una forma?
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Freddo Agosto

agosto 22nd, 2007 - 
Lo so, lo so, è passato un mese dall’ultimo post…
Abbiam passato un mese di prove (stiamo passando, in realtà) per Cold, lo spettacolo che porteremo a Catania, presso il teatro Scenario Pubblico, il 30 Agosto. La coreografia è di Luis Lara Malvacias, nostro coreografo newyorkese prediletto. Il video che trovate fa parte dello spettacolo. Commentate!

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Jeremy Nelson reprise

luglio 15th, 2007 - 

Un’altra pillola del solo di Jeremy Nelson del 30 Giugno.

Video thumbnail. Click to play
Click To Play
Montaggio: Giuseppe Esposito

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Intervista Jeremy Nelson

luglio 9th, 2007 - 

Ecco, come promesso, la videointervista a Jeremy Nelson, girata durante la sua permanenza a Milano e durante la sua performance nello Studio28.

Nei prossimi giorni metteremo on line un breve video della serata di sabato 7 luglio (Perypezye Urbane + Cadeaux Mainol).

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Allora quello che facciamo ha un senso!

giugno 23rd, 2007 - 
La nostra prima recensione ci arriva da New York City… la nostra mecca, la meta dei nostri pellegrinaggi, il faro che illumina il nostro percorso artistico. Sarà un segno? E Intanto noi domani performiamo a Vedano Olona… Vedano Olona City, nello stato del Vermont!
E come ogni blog autoreferenziale che si rispetti, la alleghiamo qua sotto.
Grazie Maria, verremo a New York a performare solo per te.

I think that someone once said, with modern dance, either you like it or you don’t. I find that is definitely true for me– either I get it or it is just too obtuse or esoteric for me. I wanted to share a video that I came across with excerpts of a performance of “Trio Istallazione” by Italian group Perypezye Urbane.

I really like the kinetic qualities of it, and the way the three dancers work off each other and also in unison. The awareness and feeling among the dancers is tangible. The effective use of the transparent sheet to add movement and interact with the dancers is haunting and beautiful. One reason this video works for me is that the video itself is so well done and a work of art in itself. It’s incredible how dance can really get at deep emotions, concepts and feelings that we are not able to express quite the same in any other way. In short, I get it, and I like it.

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